Pensieri da Parroco #15

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In questa prima domenica, dopo la riapertura alle celebrazioni con la presenza del popolo, qualcuno forse si sarebbe aspettato di ascoltare il Vangelo dell’Ascensione, ma io ho preferito la fedeltà al calendario liturgico piuttosto che la sottolineatura di questa solennità così importante e questo non per un problema di rubrica liturgica, ma per il fatto che quando ho visto il vangelo di Luca dei discepoli di Emmaus, ho intuito che potesse essere un vangelo evocativo del camino della fede di oggi.

Questo fatto del vangelo mi sembra sia capace di parlare alla nostra vita, di oggi, al tempo vissuto, al periodo passato in questi mesi.

Si svolge in questo vangelo una liturgia molto bella, in un luogo molto laico, differente da una chiesa: la strada e una locanda sono i luoghi liturgici. La strada, luogo di tutti e la locanda, uno spazio molto laico, dove si mangia, ci si riposa e che potrebbe essere anche una locanda malfamata.

Rileggo allora questo vangelo per cogliere in che cosa il nostro tempo possa essere ricompreso.

e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto

Questi discepoli che conversano tra di loro sono la nostra immagine, l’immagine di tante persone che in questi mesi hanno saputo conversare e camminare insieme, (a distanza di sicurezza o troppo vicini, non importa) certamente con i tratti del volto simili a quelli dei discepoli che il vangelo descrive così:

Si fermarono, col volto triste

Tristi per quello che era successo a Pasqua, a Gesù. Una tristezza e una preoccupazione che ho visto disegnata negli occhi di tante persone. Ho visto e sentito nel cuore delle persone in tanti incontri veloci e per strada o in tanti luoghi dove potevamo incontrarci e molto più li ho visti e intuiti negli scritti, nei messaggi o nelle piccole confidenza ascoltate per telefono. Preoccupazioni condivise, sospirate di fronte a una chiusura inaspettata, ad una pandemia che non pensavamo potesse accadere.

Una tristezza dovuta al fatto che tante speranze, a causa di quello che è successo, siano svanite. Ci siamo sentiti defraudati della speranza…

Noi speravamo di poter celebrare questo matrimonio, il battesimo

Noi speravamo di poter celebrare la Prima Comunione con la sua festa, ma ora siano già alla Pasqua e si avvicina maggio…

Noi speravamo in una assunzione, mi avevano chiamato per un lavoro e non ho nemmeno fatto la visita medica

Noi speravamo (e parliamo anche di piccole speranze) di poter fare la gita di tre giorni, la festa, il campionato…

Noi speravamo (pensiamo alle grandi speranze mondiali) in una crescita economica, in una sicurezza lavorativa, in un progresso dell’economia mondiale…

Noi speravamo che tutto andasse bene

Eppure la morte, la malattia, la caduta della borsa, lo stipendio che non arriva più, la cassa integrazione che non arriva e che non è sufficiente, il dover chiedere un aiuto…. Questo è arrivato

Ma con tutto ciò sono passati molti giorni da quando abbiamo scritto che “tutto andrà bene”… eppure non vediamo nulla di buono.

Ma ecco che ad un certo punto, sulla strada, quest’uomo che si è avvicinato ai discepoli per via, quest’uomo che non sa nulla di quello che è successo a Gerusalemme, quest’uomo che sembra non conoscere che c’è una pandemia nel mondo, dice, in maniera sfacciata:

«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

Anche noi in questo tempo abbiamo sentito parole sagge, parole che io chiamerei evangeliche, che ci illuminavano la vita. Sì, in questo tempo abbiamo sentito uomini e donne che hanno detto parole sagge, abbiamo sentito e letto commenti che non ci sono sembrati banali e che si ergevano sopra le grida degli editti o dei profeti di sventura o dei ciarlatani, che sembravano superare le parole sagge con le parole urlate o le parole tronfie, colme di vanagloria, come mongolfiere. Quante parole orgogliose e superbe, arroganti e colme del desiderio di apparire, di cercare consenso, di essere applauditi, di avere un proprio vantaggio anche in un momento difficile per tutti, abbiamo sentito.

Ecco che invece ci è arrivata qualche parola che appariva come uno spiraglio nella tempesta.

Un uomo, vestito di bianco, attraversò una piazza grande e vuota sotto un cielo scuro e una pioggia insistente e diceva:

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Così diceva quest’uomo vestito di bianco… Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.

Questa parola e questo uomo vestito di bianco, chissà perché, ci ha scaldato il cuore e ha scaldato il cuore di milioni di persone, mentre ci spiegava le scritture, guardava l’immagine di Maria Salus Populi Romani e accarezzava e baciava il Crocifisso di San Marcello.

E poi anche altre parole dette da persone semplici, scritte da uomini e donne sagge, che abbiamo letto e ascoltato e che ci hanno scaldato il cuore.

Ciascuno di noi elenchi queste parole, non le dimentichi, sia capace di custodirle.

Quante parole ci hanno scaldato il cuore in questo tempo.

E’ poi accaduto qualcosa di ancora più straordinario: dice il vangelo che venuta la sera… si fermarono… in una locanda, questo luogo assai laico, e attorno ad un tavolo, magari senza tovaglia, ecco che cosa avvenne…

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.

Anche a noi è successo che, venuta la sera, quando il sole non illuminava la vita, lontani da un chiesa, abbiamo visto il gesto eucaristico e generoso di chi si spezzava e si consegnava per il bene degli altri. Non era una chiesa dove si celebrava questa liturgia, ma erano i luoghi normali delle vita, le corsie degli ospedali, le sale d’aspetto, i campi da coltivare, le strade da spazzare e da pulire, le mensole da sanificare, gli anziani da lavare e da curare, i bambini da far sorridere e da educare… erano le stanze, i negozi, i mercati…. In questi luoghi abbiamo visto delle vite che si sono spezzate per dare la vita agli altri.

Dicevano che non c’era più l’Eucarestia, non c’era più il Signore nelle nostre chiese….

Dice una poesia (attribuita a padre Álvaro Saenz – Spagna)

“Chi ha detto che Cristo quest’anno non esce?”

(E’ un’espressione che indica il fatto che quest’anno le tradizionali processioni con le statue di Cristo e della Vergine non vengono fatte nella Settimana Santa)

“Chi ha detto queste storie, che il Cristo quest’anno non viene fuori,

se è vestito di bianco, blu o verde, negli ospedali?

Chi dice che il Nazareno non può fare penitenza,

se tutti si prendono cura dei malati al pronto soccorso?”

Ecco il gesto dello spezzare il pane celebrato in questi luoghi, ecco, anche noi abbiamo visto questo pane spezzato e ci si sono aperti gli occhi…

“Guardalo tu nei nostri dottori che cadono esausti, esausti,

con umili cirenei aiutando ad ogni passo:

custodi, infermieri, amministratori, fianco a fianco, senza riposo”

Ecco lo stesso gesto lo abbiamo visto

“sui solchi della terra (seminando), va al mare in una barca,

nessuno dica che il Signore non sia presente nelle strade,”

Egli era in molti luoghi, noi lo abbiamo visto e quando lo abbiamo visto spezzarsi, morire per il bene dei fratelli, ci si sono aperti gli occhi e lo abbiamo riconosciuto.

Ecco dove abbiamo visto un gesto di chi si spezzava come un buon pane! Senza guardare chi ti stava davanti, ma semplicemente lo faceva, per il giusto e per l’ingiusto, per il viandante desolato e per il pellegrino amareggiato, come Cristo lo fece per Pietro e per Giuda, per Giacomo e per Giovanni, per me e per te.

Lo abbiamo visto nel mondo abitato da Dio Padre, nascosto nel volto dei fratelli.

E allora ci siamo accorti che veramente il cuore ardeva mentre ascoltavamo queste scritture.

«Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».

E siamo tornati a Gerusalemme. Siamo tornati alla nostra chiesa, per dirlo agli altri discepoli e per spezzare insieme il pane nella celebrazione dell’Eucarestia, per comprendere che quello che è accaduto era memoria dell’ultima cena di Gesù, dove Lui si spezzò come un pane perché noi imparassimo a fare della nostra vita un pane spezzato. Siamo ritornati nella nostra chiesa per poi uscire ed essere memoria vera di questa Eucarestia nella vita di tutti i giorni, con le relazioni fraterne cambiate, con una rivoluzione di valori e di scelte che dicano che è vero che guardando Te Signore “tutto va bene”,” tutto va secondo il tuo cuore”.

Don Gianbattista

Cena di Emmaus – REMBRANDT Harmenszoon van Rijn
Supper at Emmaus – c. 1629