Pensieri da Parroco #9

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MESSA IN COENA DOMINI

Celebriamo questa sera la memoria dell’ultima cena e, questa sera, la celebriamo in questo silenzio desolato, non consueto, in questa chiesa deserta e semi oscura, in questo contesto dato dalla pandemia che tocca non solo la nostra comunità ma anche tutto il mondo.

Mai il mondo è stato così accomunato da un avvenimento negativo e imprevedibile, diffusosi velocemente come veloci sono le comunicazioni…..(una notizia rimbalza nel mondo e arriva noi in maniera velocissima)

Mai il mondo ha vissuto una pandemia di cui, non solo patiamo le conseguenze negative insieme, di cui tutti forse siamo responsabili per il continuo manomettere gli equilibri naturali del mondo e dove tutti possiamo esserne vittime, senza distinzione di età, sesso, cultura o capacità finanziaria.

Una pandemia che conosciamo tutti e tutti hanno conosciuto subito (tranne i sottomarini in missione sotto il mare, che non risalgono da mesi, senza comunicazione con il mondo) e questo per il rimpicciolirsi di questo nostro mondo dove tutto sta avvenendo contemporaneamente, contestualmente e universalmente .

Ci sentiamo improvvisamente accomunati da una fraternità concreta, universale, che prima disdegnavamo alzando muri, barriere, chiudendo porte, porti e ora, questa fraternità, che noi conosciamo essere divina e profondamente umana, ci tocca da vicino.

Come è dunque il nostro celebrare l’ultima cena?

Essa appare principalmente come memoria di una partenza, di un addio, di una assenza che è diventata memoriale di una presenza e che, anche oggi, è memoriale: il memoriale di Gesù. Memoria della sua assenza che si fa presente nel pane spezzato, nell’essere radunati in suo nome, “dove due o più…”, che si fa presente nel servizio.

Ma oggi, proprio per la condizione in cui ci troviamo, in questo memoriale che normalmente celebriamo in tanti, c’è un’assenza che è reale, quella del popolo di DIO che avrebbe dovuto essere una presenza reale, assenza della comunità attorno a questo altare e attorno ai 4 altari della comunità pastorale. Sono un’assenza importante.

Questa assenza ci interroga.

È l’assenza dei 12 della comunità, dei discepoli. Non è normale che i pastori non possano incontrarsi con la loro comunità. A meno che ci sia una causa di forza maggiore, ma non così universale.

Mons. Sequeri scrive su Avvenire, parlando del popolo assente a questa messa, “il popolo dell’altare è già da tempo minoranza di un popolo ben più ampio che è caro a Dio, anche se esiliato e disperso nelle angosciose incertezze della sua vita e della sua morte, di cui fatica a venire a capo.” Già da tempo, forse da sempre, il popolo per cui Gesù offre la sua obbedienza non assiste al rito, al memoriale.

Questa assenza del popolo che normalmente viene alle nostre celebrazioni, questa assenza del popolo che normalmente non viene alle nostre celebrazioni, questa assenza, di chi ancora non ha conosciuto il Dio di Gesù Cristo e non conosce la sua vita e la sua passione, ci interroga.

Questa assenza diventa una preghiera, diventa una petizione. Sequeri dice: “Eppure, non raramente e soprattutto in momenti di angoscia collettiva, accade a questo popolo più grande di sperare che Dio sia disposto a venirne a capo per lui.” Nella Bibbia vediamo che Mosè, che si presenta come condottiero, diventa intercessore, come un intercessore che scommette se stesso.

A noi, questa sera, in questa chiesa vuota, è chiesto di essere semplicemente intercessori, di pregare, di fare un gesto di servizio, il nostro essere qui è oggi il nostro servizio al mondo, al popolo, a tutti.

A noi è affidato il compito di rifare questo in memoria sua, perché l’umanità non si dimentichi di questo momento.

A noi è affidato il compito di fare memoria di chi in questo momento non è presente, alcuni me lo hanno chiesto, sono gli ammalati, coloro che sono con Covid19, le loro famiglie, il loro dolore, il loro silenzio, la loro paura porto a questa mensa.

Questa celebrazione, dove si percepisce l’assenza, è già attesa della presenza, è nostalgia, è desiderio. Un desiderio che viene vissuto anche dalla comunità, viene celebrato anche da loro nella forma della preghiera nella casa e il fatto che abbiamo deciso di non celebrare in diretta, aiuti la nostra comunità a sentirne la mancanza, come noi questa sera sentiamo pesantemente la loro mancanza, di coloro che volevano esserci, ma anche di tutti coloro che non avrebbero voluto esserci questa sera e anche di coloro che non sanno nemmeno che noi siamo riuniti per loro.

Quello che possiamo notare nel rito è che l’Ultima Cena in questo contesto diviene è più essenziale: non saremo distratti dagli errori dei chierichetti, dalle dimenticanze degli incaricati, dagli imprevisti della diretta, siamo rimandati al mistero, all’origine del mistero, alla sorgente del mistero della passione, che non aveva nulla delle nostre rubriche liturgiche: era una stanza, al piano superiore, era una tavola imbandita… era una cena di famiglia, era una abbigliamento ordinario, era una luce di lampada, era una croce di legno, era una morte crudele, era un pomeriggio assolato e divenuto buio, era un sabato mesto triste e senza nulla, era una mattina di Pasqua sconvolta dalla sorpresa di una tomba vuota, era una comunità chiusa in casa per paura dei giudei (forse la paura del virus ci fa sperimentare “quella paura”).

E per questo, proprio perchè più essenziale, diviene più significativo.

Questa cena è l’Ultima Cena, è la consegna del testamento. È la consegna del senso della vita “amare è servire” come dice don Samuele nel messaggio che abbiamo inviato a tutta la comunità… E’ questo il compito e la sfida che ci consegna questa Ultima Cena. Nulla di più. Ridire che la vita è servire, che amare è servire il popolo, il mondo, l’uomo.

Ma ora, io mi domando, come saranno le altre cene? Le altre messe? Come d’ora in poi le celebreremo?

Non lo sappiamo, noi preti ne stiamo parlando, cerchiamo di intuire non solo la fase due della ripresa economica ma anche la fase, due, tre della vita ecclesiale, intuisco che la vita in comunità sarà più difficile perché più rarefatta, ma non per questo può o deve essere meno profonda.

Lo sperimentiamo nei nostri rapporti con gli altri, sono più rarefatti, non ci possiamo visitare, incontrare, ma questo rapporto non può cadere o interrompersi, quanto risparmiamo sia dedicato alla comunicazione, cercando di farla in meno mediato possibile, in maniera più diretta, più personale….

Anche le nostre celebrazioni non possono e non devono perdere di immediatezza.

E anche gli altri sacramenti: il battesimo, la confessione, la stessa comunione, la vista agli ammalati. Si è un’interruzione della relazione a cui non può andare bene il surrogato di una Messa per video o un messaggio vocale…

Sto pensando alle nostre relazioni, alle strette di mano e agli sguardi…(dovremmo imparare a leggere gli occhi, l’unica cosa che si vede sotto la mascherina)

Non lo so come sarà e questo mi disorienta, però il vescovo ha detto bene: “Certamente una cosa dobbiamo sapere, è che a noi è affidata la missione di condurre la Chiesa, come discepoli che coscienti di essere peccatori, traditori, imperfetti, profeti paurosi, incapaci, proprio a noi è affidato questo mistero”, “a noi presbiteri, a noi battezzati, a tutti è dato questo compito”.

La lavanda, che noi non celebriamo questa sera in chiesa ma che le famiglie celebreranno con i loro figli, ci ricordi questa comune chiamata a servire. Ci ricordi che il Maestro parlò per tutti. Ci ricordi la comune vocazione battesimale. Se lui, che è il Maestro, ha lavato i piedi a noi, anche noi dobbiamo lavarceli gli uni gli altri.

Don Gianbattista