Una chiacchierata con Camilla Cozzi, terza classificata nella categoria junior

Ci incontriamo a casa sua un sabato pomeriggio. Vengo accolta dal papà Antonio e dal cane Dado che mi annusa incuriosito. Ci sediamo alla scrivania di Camilla nella sua cameretta che ha le pareti completamente occupate dagli scaffali della libreria. Ci sono molti libri, ma non solo, anche se è arrivata terza alle olimpiadi di italiano nella categoria Junior, è pur sempre una ragazza di 15 anni, e da un ripiano fa capolino la testa di un Cicciobello.

Senza disturbare troppo il gatto Pepe che subito si addormenta beato sul letto, le chiedo di raccontarmi com’è andata. Quella che si è svolta è stata l’ottava edizione delle Olimpiadi di italiano e vi hanno partecipato 60.300 studenti divisi in due categorie: junior e senior. Il percorso è iniziato al liceo classico “G. Pascoli” di Gallarate, dove frequenta la prima classe. Qui si sono svolte le prime prove riguardanti grammatica, analisi logica, lessico… Superata brillantemente questa prima fase ha potuto partecipare alle regionali che si sono tenute a Milano. La terza fase si è svolta, invece, a Firenze. Sono stati tre giorni intensi ed emozionanti. Ha avuto la possibilità di visitare la sede della prestigiosa Accademia della Crusca, di partecipare ad un incontro sulla Costituzione tenutosi a Palazzo Vecchio, di conoscere e fare amicizia con altre ragazze con cui ha condiviso l’esperienza… e la stanza.

Le prove si sono svolte il 27 marzo e richiedevano di scrivere quattro testi con un limitato numero di parole in un tempo massimo di quattro ore:

1. dividere in paragrafi, dare un titolo e riassumere un articolo di giornale;

2. una lettera di commento all’articolo di giornale;

3. un testo per promuovere un’iniziativa su una pagina web;

4. un racconto su una città ideale, prendendo come esempio un brano tratto da “Le città invisibili” di Calvino, scegliendo tra tre elementi dominanti (bambini, donne, vento). Camilla ha scelto il vento e Anemonia è il titolo del racconto. Titolo non scelto da lei ma già indicato nella traccia della prova (il nome deriva dal greco ànemos che significa vento).

Mentre Camilla mi mostra la sua medaglia, noto in un angolo della camera un portatile chiuso ma, soprattutto, mi accorgo dell’assenza di una protesi tecnologica della mano: lo smartphone! Così le chiedo se trascorre molte ore a giocare al computer, e lei mi risponde che lo usa pochissimo per giocare, più che altro per vedere video su YouTube e per motivi di studio.

Mi racconta dei suoi interessi: è scout, pratica atletica, suona il flauto traverso, le piace arrampicarsi sugli alberi, disegnare, leggere libri fantasy (ha letto “Harry Potter” insieme a tutta la sua famiglia) e thriller come “Il senso di Smilla per la neve” di Hoeg o, come quello che le hanno regalato da poco, “Hunger games fantasy” di Collins.

Il suo sogno è quello di diventare una scrittrice. Glielo auguriamo di cuore… anche perché, a giudicare dal suo racconto, promette bene.

Barbara Talè

 

ANEMONIA

Ad Anemonia, la Città del Vento, bisogna fare attenzione a correre, salutare, respirare, perché anche le azioni più brevi causano spostamenti d’aria che modificano la città. Se si ha fretta basta emettere uno sbuffo abbastanza forte e si forma una nuova larga strada lastricata, da percorrere a tutta velocità, prima che sparisca sotto l’effetto delle azioni di altri venti. Intere strade, vie e palazzi si formano e si dissolvono ad un semplice soffio d’aria, le case si piegano e si distorcono, gli uffici si afflosciano e i lampioni raggiungono altezze vertiginose, così alla sera si possono vedere gli abitanti delle case che ricreano gli edifici per la notte. Una famiglia che soffia per aprire le finestre della sua villetta, o interi condomini intenti ad innalzare il loro edificio ad una altezza adeguata per poter ospitare tutti gli inquilini; ogni sera le case vengono un po’ diverse, un po’ più alte, un po’ più basse, un po’ più larghe o un po’ più moderne. Per questo motivo non esistono cartine o mappe di Anemonia: per orientarsi nella città, del resto, non servono né cartine né mappe, bisogna cogliere i rumori e i profumi. Al mercato le bancarelle vendono merce sempre diversa, a seconda dei desideri dei commercianti la mattina, quando arrivano in vista della città; le vie e le strade sono piastrellate delle parole delle persone che le hanno percorse, e se si vuole trovare un buon ristorante basta seguire il profumatissimo sentiero che conduce alla cucina. Le piazze si formano nei luoghi dove accade qualcosa d’interessante, in modo che la gente possa fermarsi a guardare e chiacchierare. I bambini creano da soli i parchi giochi e i loro girotondi spesso creano veri e propri tornado che spazzano via parte della città. Gli adulti non si preoccupano né si arrabbiano, tranne coloro che sono sempre arrabbiati. Ad Anemonia, infatti, gli abitanti hanno caratteri che cambiano come le brezze sulla terraferma, o sempre uguali come gli zefiri e gli alisei che soffiano sull’Oceano. Ci sono uomini sempre tristi, allegri, annoiati, ansiosi o gentili, oppure pronti a cambiare opinione non appena svoltato l’angolo di una strada.

Camilla Cozzi