Pensieri da Parroco #12

Categorie: Pensieri da Parroco

Un cambio che non genera il virus, ma solo l’uomo

Come comunità dobbiamo decisamente entrare nella fase due. Se ne parla da tanto, qualcuno giudica questo parlarne una fuga in avanti irrispettoso della situazione di emergenza in cui siamo ancora immersi, qualcuno lo giudica necessario per evitare che la situazione in cui siamo immersi diventi la trappola mortale da cui non possiamo uscire. Io credo che in una comunità ci debbano essere tutte e due queste sensibilità e anziché litigare su quale delle due lavorare, dal momento che siamo in tanti, qualcuno lavori sulla fase uno e qualcuno progetti e pensi la fase due. Abbiamo bisogno di questo sguardo “strabico” perché la realtà è in movimento.

Come quando guidando devi fare un sorpasso per procedere speditamente, pur fissando lo sguardo oltre l’ostacolo che sta davanti, senza distogliere lo sguardo dalle luci della macchina davanti a te, ecco che per una frazione di secondo sposti gli occhi sullo specchietto retrovisore per decidere se puoi sorpassare e se una macchina è già in fase di sorpasso, tu non metti la freccia e deceleri…

Così è il tempo, un occhio fisso su chi ti precede, uno sguardo più avanti e uno sguardo veloce dietro… è la vita.

Ora dò uno sguardo in avanti.

Come sarà dopo, che cosa ci accadrà dopo, come possiamo riprendere la vita “normale”?

Un ritornello da tutti detto, cantato e declinato è che la vita non può tornare come prima. Cerco allora di immaginare come potrebbe essere la vita se non può tornare come prima.

Credo che, complice il tempo rinchiuso in casa, proporrò diversi pensieri da parroco su come la vita non potrà tornare come prima perché questa epidemia ha cambiato il nostro mondo in tante cose, ma in molte, dobbiamo raccogliere noi la sfida e cambiarlo.

Ha cambiato il nostro mondo perché ci ha restituito la familiarità con la nostra condizione mortale, perché ci ha riaperto gli occhi sul nostro delirio di onnipotenza (soprattutto dei più giovani e dei più benestanti); ha cambiato le nostre relazioni sociali e ci ha distanziato (non solo fisicamente, ma purtroppo umanamente… ci siamo accorti che i mezzi di comunicazione a volte riavvicinano i margini distanti, a volte formano un abisso tra vicini); il virus ha in qualcuno generato la nostalgia di ciò che davamo per scontato, o che addirittura vivevamo con indifferenza o superficialità (pensiamo alla liturgia, alla vita in comunità); il virus ha svelato ciò che nascondevamo sotto un velo leggero, che occultava la povertà e nudità di tante relazioni.

Questo virus inoltre può essere l’occasione per rinnovare e trasformare ciò che non abbiamo avuto la forza e la voglia di trasformare, ma la cui irruenta entrata nel mondo ha rivelato.

Non possiamo pensare l’economia come la stiamo pensando ormai da tanti secoli, incentrata su dogmi che sono talmente radicati che sembrano divini: economia liberale, l’economia di mercato, l’economia che è fondata su criteri dove il più potente e il più forte cambia le regole come vuole per mantenere questo potere (pensiamo al potere della finanza a cui tutti noi siamo sottomessi: uomini, nazioni, politici, valori. Sì perché anche i valori fondamentali della costituzione e dei diritti dell’uomo sono sottomessi alla leggi di mercato e della finanza.)

Per non parlare della politica e della gestione ormai sempre più privata delle questioni di tutti. Dal “si salvi chi può” al “non ci si salva da soli”. Questo cambio però non viene generato dal virus, lo può generare l’uomo. La paura che il virus inietta nell’uomo conduce l’uomo, i gruppi, le nazioni a dire “Mi salvo io!  Non sono il custode di mio fratello!”. Solo la ragione e l’intuizione teologica di Dio Padre, mi porta a vedere nell’altro un fratello.

Ma anche la comunità cristiana, con il suo celebrare e il suo vivere la fede. Siamo chiamati ad una comprensione profonda della vita sia sacramentale che comunionale. In questo tempo e nel tempo che verrà saremo chiamati a celebrare la vita comunionale (mettevano tutto in comune, spezzavano il pane) e nello stesso tempo saremmo chiamati a celebrare la fede rispettando una distanza ma non distanti. Abbiamo questo linguaggio?

A conclusione di questa introduzione mi soffermo solo su uno di questi punti, su cui vorrò ritornare prossimamente.

I sacramenti.

I sacramenti, soprattutto nella fase due, saranno celebrati forse spogliati di tante ritualità accessorie, ma non sviliti nella loro sostanza.

Pensiamo al Battesimo. Il Battesimo significa riconoscere che Dio è nostro Padre e vorremmo che anche nostro figlio lo sapesse. E in questi tempi dove la morte è diventata vicina di casa, a maggior ragione crediamo che sia bello, oltre che vero, affidare nostro figlio/a alle mani del Padre, sapendo che nelle sue braccia, anche se arriverà la morte, sarà al sicuro. Saremo certi di aver fatto tutto quello che dovevamo. E vorremo, quando sarà grande, dire a lui/lei: “Guarda, ti abbiamo battezzato in mezzo alla pandemia del 2020, non abbiamo potuto fare una festa… eravamo ridicoli, con le mascherine… e anche il prete con la mascherina, ma non era carnevale, per noi è stato un giorno importante, perché volevamo dirti che DIO è un Padre buono, che Gesù suo Figlio ce lo ha raccontato e che lo Spirito Santo è Dio in noi che ci dà la forza di superare i tempi di crisi… come quello del 2020! Questo ti vogliamo dire!”. Oppure potremmo dire: “Volevamo battezzarti in primavera, appena nato, ma il governo di allora proibiva di fare le feste, erano chiusi i ristoranti e allora ti abbiamo battezzato nel 2021/2022, abbiamo fatto una festa grande, abbiamo le foto, tua zia ti ha regalato ……”. Due modi diversi di desiderare e vivere il Battesimo.

Pensiamo all’ Eucarestia e in particolare alla Prima Comunione. Non so se sarà possibile fare una grande festa come siamo soliti vedere nelle nostre parrocchie, dove si diceva “Non siamo neanche riusciti ad entrare in chiesa, per fortuna che c’è un bar in piazza” o “Per fortuna che era bel tempo, abbiamo aspettato fuori, però poi abbiamo fatto una bella festa e N.N. era contento dei bei regali che gli abbiamo fatto”. Le nonne dicevano “Io sono andata un’ora prima a prendere il posto, ma ero molto dietro e ho visto poco… eravamo stretti come sardine. C’erano tanti bambini! Quanti erano? Ai miei tempi ce n’erano molti di più!”.
Non credo che si potrà dire così. E allora? Qualche genitore dirà: “Se non posso fare la festa come dovrei, se non possiamo fare la Prima Comunione con tutti i bambini, se…. io preferisco rimandarla fino a quando ci saranno le condizioni per farlo!”. E quando ci saranno le condizioni per farla così? Nessuno ce lo può assicurare. Quanto siamo disposti ad aspettare? Mesi? Anni? Oppure scegliamo di fare la Prima Comunione dove non sarà il regalo, dove non sarà la foto, dove non sarà il ristorante o il giardino di casa il centro, ma un altare dove si spezza il pane e dove l’unico dono che si riceve è il Corpo di Cristo che ti introduce nella comunità di quegli adulti che hanno deciso di seguire Gesù e di fare della comunione e dell’amore per l’altro una legge. Che hanno deciso di servire, di amare e per questo hanno bisogno di una grazia speciale, che è la presenza di Gesù nella propria vita che ora, dopo mesi di digiuno, motivato per lo stesso amore, finalmente possiamo ricevere.  E diremo ai nostri figli: “Ci fu un tempo, e tu le lo ricordi, dove vivere il senso profondo dell’Eucarestia ha voluto dire non celebrarla, per amore dei più deboli, per comprensione nei confronti dei medici che devono curare la nostra salute, ma, appena fu possibile riunirci attorno all’altare, abbiamo voluto che anche tu imparassi che cosa vuol dire dare la vita e abbiamo pensato, noi adulti, che se anche non ci sarebbero state grandi feste, ci sarebbe stato il dono di Dio per te. Dio che si consegna a te. Capisco che tu non hai compreso quella volta e che hai reclamato. Ma noi abbiamo fatto di tutto per spiegartelo e se tu alla fine accettasti, non fu perché ti abbiamo convinto, ma perché capisti che noi credevamo a quello che dicevamo”.

Pensiamo al matrimonio.

Stiamo spostando tutti i matrimoni. Il corona virus colpisce soprattutto la vicinanza? No. I matrimoni si spostano ma i cambi di residenza vengono accelerati. Allora non è vero che il virus colpisce la vicinanza, ma colpisce solo il matrimonio. La gente poi va lo stesso a convivere. Per coloro che invece già convivono probabilmente è una pura formalità. Che valore viene attribuito al sacramento se gli elementi essenziali sono quelli secondari?  Il matrimonio viene rimandato non perché uno ci ripensa, ma perché non mi danno le stesse possibilità di vivere la festa. Vediamo, che cosa faranno i nostri diaconi? Sposteranno l’ordinazione di un anno perché non riusciranno a fare l’ordinazione o la prima messa come hanno, magari, sognato?

Papa Francesco, che è simpaticamente duro in una predica sull’idolatria di queste mattine diceva:

 “La domanda che vorrei fare oggi è: qual è il mio idolo? L’idolo della mondanità? … e così l’idolatria arriva anche alla pietà, perché questi volevano il vitello d’oro non per fare un circo: no. Per fare adorazione: “Si prostrarono davanti a lui” (cfr Sal 105 [106],19 ed Es 32,8). L’idolatria ti porta a una religiosità sbagliata, anzi: tante volte la mondanità, che è un’idolatria, ti fa cambiare la celebrazione di un sacramento in una festa mondana. Un esempio: figuriamoci una celebrazione di nozze. Tu non sai se è un sacramento dove davvero i novelli sposi danno tutto e si amano davanti a Dio e promettono di essere fedeli davanti a Dio e ricevono la grazia di Dio, o è una mostra di modelli, come vanno vestiti l’uno e l’altro e l’altro … la mondanità. È un’idolatria.

Oggi la domanda che io vorrei fare a tutti noi, a tutti: quali sono i miei idoli? Ognuno ha i propri. Quali sono i miei idoli… E che il Signore non ci trovi, alla fine della vita, e dica di ognuno di noi: “Ti sei pervertito. Ti sei allontanato dalla via che io avevo indicato. Ti sei prostrato dinanzi a un idolo”.

Il matrimonio non rischia di essere, in questo tempo di virus, un gesto sacrificato all’idolo della mondanità piuttosto che al vero Signore?

I funerali per fortuna non si sono rimandati a tempi migliori. Li stiamo celebrando con una essenzialità e una dignità grandi. Anche se in piedi davanti ad un cimitero, anche se in pochi intimi. Ma con la dignità di un uomo. Con il suono delle campane che segnano questo passaggio e fanno partecipare tutto un paese, con un fiore, con la litania dei santi che dice la partecipazione della Gerusalemme celeste a questo battesimo al Cielo.  Molto diverso da quello che vediamo nel mondo dove corpi senza nome, avvolti in sacchi di plastica vengono seppelliti in fosse comuni da detenuti di un penitenziario. Certamente per il Padre Celeste l’accoglienza sarà sublime per tutti, soprattutto per i poveri, perché così ci ricorda il vangelo. Che anche dopo, i funerali dicano questo valore, siano una preghiera e non semplicemente un’occasione per una rimpatriata di vecchi amici o di lontani parenti, senza nulla togliere al valore umano di questo reincontrarsi nella memoria di un amico e di un fratello.

E come celebreremo la messa domenicale? (Già sono stato lungo, ne parleremo)

Che tutto allora non torni come prima. Fase 2.

Don Gianbattista