“Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza.”

Così prega il vecchio Simeone, dopo che i suoi occhi hanno visto il bambino Gesù presentato al tempio. Mi ricordo che un giovane prete commentando questo testo diceva… “Se fosse capitato a me, avrei detto, ora lasciami qui ancora tanto tempo per annunciare quello che ho visto per raccontare agli altri, per parlare di Te…”. Come vedete, uno stesso avvenimento può generare due atteggiamenti diversi. Questi momenti dove ci siamo accorti che la morte è una delle possibilità rischiose ma reali, ci sono modi diversi di affrontarla. Parliamone.
Celebrando nella casa di riposo a fine febbraio e inizio marzo, con gli anziani collegati con il circuito interno in modo che potessero partecipare almeno ascoltando e vedendo, sono emerse molte riflessioni. In particolare commentando le letture durante le festa della Annunciazione ho voluto riprendere la predica del Papa fatta quella mattina. La predica fu brevissima e racchiusa in queste parole “Questo è il mistero”. Che cosa volesse dire, non posso assicurarlo, ma io l’ho così interpretato: il mistero è questo, Dio che si fa uomo, si fa mortale. Noi non ci pensiamo mai al fatto che Dio si è fatto mortale. Non lo prendiamo in considerazione, anzi, in noi si è insinuato il pensiero che l’uomo, noi siamo diventi immortali. E così con i nostri anziani, in un periodo dove ascoltavamo cronache di morte, ho parlato del morire. Siamo mortali. E quel giorno ho parlato della nostra morte, del fatto che Dio ha condiviso la nostra condizione di morte. Ma si può parlare di morte a chi vede la morte vicina? Gli anziani sono statisticamente più vicini alla morte dei giovani. Eppure, in questa società, non si può parlare della morte né ai giovani, né tanto meno ai bambini che non vengono portati al funerale dei nonni, (gli si dice che è andato in cielo da Gesù, inoculando un risentimento verso questo Gesù che ti ruba il nonno, oppure dicendo che è tra gli angeli e quindi con il passare del tempo il bambino non sa più se gli angeli sono demoni o sono veramente angioletti come gliene parlano alla scuola materna), ma non si deve parlare di morte nemmeno agli anziani o agli ammalati.
Eppure non solo quella volta, ma molte volte mi è capitato di parlare di morte, della propria morte agli anziani. In colloqui personali, durante una malattia, quando intuiscono che la morte si avvicina. Sono preparati, la attendono, sono pronti. Certo non sanno con chi palarne perché, se ne parlano, o tentano di parlarne con i familiari, vengono subito tacciati. “Non parlare di queste cose!” dicono i figli che hanno paura di parlarne, “Parliamo di qualcosa di divertente? Ti ricordi le vacanze?” dicono i nipoti o gli amici e così facendo chiudono la bocca ad una anziano che vorrebbe esprimere le sue paure sulla morte. Questa proibizione di parlare della morte fa trapelare il terrore della morte in chi ne è lontano (o almeno pensa) e genera nell’anziano, inopinatamente, un pensiero ancora più doloroso, “della mia morte, della paura, o della mia fede, non posso parlarne con nessuno”. Alla fine, dopo questi tentativi maldestri di non parlare della morte, l’anziano si convince che è proprio vero: con il proprio figlio o nipote, non può parlare della sua morte, perché non ci capisce nulla, non sa nulla. E l’anziano allora rimane solo.
Ma quando ne parli, ti sanno ascoltare e se tu sai ascoltarli, ti accorgi che sono preparati.
Mi ricordo Vittorio, un anziano, il medico specialista da cui lo portavo per la visita periodica per un tumore alla prostata ormai avanzato, pensando che fosse mio padre e visto che non aveva preso la terapia del mese, cercò di spronarlo e di sgridarlo dicendo “Ma scusi, sig. Vittorio, lei vuole stare qui con suo figlio o vuole andare dal Padre Eterno?” e pronto Vittorio rispose “Voglio andare dal Padre eterno!”. Io sottovoce, dal momento che Vittorio era un po’ sordo, dissi al medico: “Usi altri argomenti per le pastiglie, questo non funziona!”
Ascoltando alcuni dei nostri anziani, in questi tempi mi dicevano: “Vedendo il Papa, da solo nella piazza, ho pianto, ho provato una cosa che non ho mai provato in 81 anni di vita” e una signora, sempre dopo quella preghiera, “Ho pianto fino ad ora, penso ai giovani, la mia vita l’ho già vissuta, l’ho vissuta bene, ho fatto del bene a tutti. E sono pronta alla morte. Ma i giovani, che ne sarà di loro?” Nella parola dei nostri anziani, in molti almeno, c’è la consapevolezza che la loro morte è vicina e se c’è una preoccupazione è per i figli che rimangono, per i giovani che potrebbero soffrire, per questo mondo, non per loro.
Sono pronti e più che una mano che li trattiene in questo mondo, credono che ci sia una mano che li accoglie nell’altro.
In questo tempo sento molte riflessioni su questo morire da soli, senza poter tenere la mano di un familiare. Ma a chi dà conforto questa mano? A noi, che vediamo morire, che abbiamo paura e vorremmo trattenere chi sta andando. “Ora lascia”. O darà conforto a loro, che desiderano andare perché sono sereni, sicuri di aver compiuto quello che dovevano e di aver concluso la corsa?
Forse più a noi.
Volevo inoltre ringraziare i tanti operatori sanitari negli ospedali, anche i nostri operatori nella RSA di Lonate, che hanno tenuto la mano, hanno accarezzato una mano, un volto, anche se con i guanti, per dire la vicinanza di questa grande famiglia umana, stando vicino a loro e che hanno fatto capire che non morivano soli, ma c’era qualcuno, anche se non era il marito o la moglie, il figlio. Lo hanno fatto lontano dalle telecamere, ma lo hanno fatto, senza vergognarsi se una lacrima scendeva sulle loro guance.
E quei mariti, quelle mogli, quei figli che non hanno potuto dare la mano nell’ultimo minuto, dicano “grazie” a chi l’ha fatto, anche se non lo incontreranno mai, perché non sapranno mai chi lo ha fatto e cerchino a loro volta di dare la mano, una parola, a un altro uomo o donna che incontreranno, un nostro fratello.
Così non ci sarà mai un uomo e una donna che muore da solo, se rimaniamo umani.
E donami la saggezza di comprendere sempre la preghiera che faccio ogni giorno: “Ora lascia o Signore che il tuo serva vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza.”
Don Gianbattista