Inserto Speciale Comunicare: Testimoni di Luce

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La nostra Pasqua quest’anno rivive quella sera: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”» (Gv 20, 19).
Incomincia così una storia nuova.
(Arcivescovo Mario Delpini – da “La potenza della Sua Resurrezione” – messaggio di speranza per la Pasqua 2020)

Un certo Gesù di Nazareth…

Gesù il Nazareno? No, non ricordo”

Si conclude così il racconto in cui lo scrittore francese Anatole France immagina l’incontro di Ponzio Pilato con il console romano Lucio Elio Lamia, tanti anni dopo il loro rientro in Italia: i due rievocano gli anni trascorsi nella provincia di Siria di allora, ai tempi dell’imperatore Tiberio, l’uno con l’incarico (“per mia disgrazia”) di prefetto della Giudea e l’altro in esilio per reati contro la morale.

Ponzio Pilato ricorda bene l’amarezza che gli aveva procurato quella popolazione ribelle, indocile e rissosa, insensibile ai benefici di tranquillità e benessere assicurati da Roma, quei giudei che “tra loro si dilaniano per l’interpretazione della legge, si stracciano le vesti intorno a qualche miserabile in preda a delirio profetico, giudicano degni dell’estremo supplizio coloro che professano sulla divinità sentimenti contrari alla loro legge (….) e continuamente pressano sul magistrato romano affinché sottoscriva le loro funeste sentenze (…). Cento volte li ho visti invocare la morte di un qualche infelice di cui io non potevo discernere il delitto e che giudicavo fosse soltanto non meno e non più folle dei suoi accusatori (…). Ero tenuto purtroppo a fare eseguire la loro legge come nostra, poiché Roma mi impegnava a sostenere le loro usanze, non a distruggerle. (…). Nei primi tempi tentai di sottrarre le loro misere vittime al supplizio. Ma la mia mitezza ancor più li irritava; reclamavano la loro preda (…). I loro preti scrivevano a Cesare che io violavo la legge” (…).

Lamia che invece ha liberamente vissuto e goduto il suo esilio in terra di Giudea, ricorda di aver conosciuto “ebrei pieni di dolcezza, di costumi semplici e di cuore fedele” e lo ricorda anche a Pilato: “Tu stesso, Ponzio, hai visto morire sotto il bastone dei tuoi legionari degli uomini semplici che, senza dire il loro nome, si sacrificavano a una causa che credevano giusta”.

Non solo: lui, il libertino Lamia, quel Gesù Nazareno se lo ricorda. E se lo ricorda proprio per via di una donna, “un’ebrea di Gerusalemme (…). La seguivo dovunque (…). Un giorno disparve e non la rividi più. La cercai lungamente nei vicoli malfamati e nelle taverne. (…). Qualche mese dopo seppi per caso che si era unita a un piccolo gruppo di uomini e di donne che seguivano un giovane taumaturgo della Galilea. Si faceva chiamare Gesù il Nazareno e fu crocefisso non ricordo per quale delitto. Ponzio, ti ricordi di quest’uomo?”

Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo (…). “Gesù? – mormorò – Gesù il Nazareno? No, non ricordo”.

No, Ponzio Pilato non ricorda.

Aveva anche cercato di comprendere la strana religione professata da quella gente, senza però riuscire a riportarla entro gli schemi delle sue credenze: “Adorano Giove ma non gli danno nome né figura. (…) – dice a Lamia – Nulla sanno di Apollo, di Nettuno, di Marte (…). Ma credo che anticamente abbiano adorato Venere, se ancora oggi le loro donne portano colombe all’altare del sacrificio (…). Anzi mi fu riferito un giorno che un pazzo furioso aveva gettato a terra i mercanti del tempio e le loro gabbie. I sacerdoti se ne lamentarono come di un sacrilegio“(…).

L’amico Lamia, più libero e benevolo nel giudizio, la pensa diversamente: “Bisogna riconoscere che, anche se non si sono elevati come noi alla comprensione delle cose divine, i giudei celebrano misteri venerabili per antichità” eascoltando i giudizi di Ponzio Pilato sorride perché “un’idea piuttosto amena mi è passata per la mente (…). Guardati,Ponzio: che il Giove invisibile degli Ebrei non sbarchi un giorno ad Ostia!”

Idea inconcepibile per Pilato: “Come potrebbero i giudei imporre la loro legge santa agli altri popoli, se tra loro si dilaniano per l’interpretazione della legge stessa?”.

Lui, uomo delle istituzioni del suo tempo, ligio ai suoi doveri, “attento a non usare che la saggezza e la moderazione”, ma anche sprezzante, come gli fa notare l’amico, verso le credenze religiose di quel popolo a cui Roma aveva tentato invano di imporre “una felicità che non vogliono”, non può ricordarsidi quel Gesù di Nazareth e vedere in lui una minaccia. Altri sono i suoi parametri di giudizio e secondo quei parametri sarebbe impossibile riconoscere un uomo eccezionale e degno di ricordo in quel “pazzo furioso” che aveva rovesciato i banchi davanti al tempio, o in uno di quei “miserabili” di fronte alle cui profezie i giudei osservanti si stracciavano le “luride vesti” né distinguerlo, a distanza di anni, tra quegli “infelici” di cui aveva decretato il supplizio. (citazioni da A. France – Il Procuratore di Galilea – Sellerio)

No, Pilato non era arrivato a comprenderne la straordinaria novità. Quel Gesù di Nazareth per lui fu solo uno dei tanti ebrei senza nome che dovette condannare perché colpevoli di aver professato sentimenti contrari alla legge giudaica, e quel mondo giudaico, per lui costretto a entrarvi solo per dirimere le loro controversie, rimaneva al di fuori dei sui “confini”.

E’ lontano nel tempo, Ponzio Pilato, ma in qualche modo è anche uomo del nostro tempo. Un uomo che viveva in un mondo dalle certezze in equilibrio. Come noi, fino a qualche tempo fa.

I principi e gli equilibri di valori del mondo di Pilato non sono quelli dei nostri giorni, ma un Gesù che si vota all’estremo sacrificio per totale gratuità è in ogni tempo uno “fuori dagli schemi”, soprattutto se a Lui si guarda da una prospettiva che sta al di qua delle soglie della fede: di uno come Gesù, che al processo non si difende, che non accetta la “ mano tesa” di Pilato e finisce morto in croce, sia pure, come dice Lamia, “sacrificatosi a una causa che credeva giusta”, i più, in ogni tempo, direbbero, come Pilato, che è un poveretto, un infelice, un perdente.

Di sicuro l’estremo sacrificio di Gesù non rientra nei parametri sui quali si reggono in equilibrio le nostre civiltà avanzate, in cui le grandi scelte della vita, come quelle quotidiane, si sono andate commisurando sempre meno a principi e valori etici e sempre più a convenienze di vario genere, all’efficienza a tutti i costi, alla centralità dell’io e di una cerchia di simili o di prossimo scelta a propria misura e somiglianza. Un mondo in equilibrio…

Una quaresima di dolore

Questo fino a poco tempo fa. Fino a che l’improvvisa tragedia che ci è caduta addosso, globale anch’essa come il nostro mondo in equilibrio, ha fatto strage di esseri umani, tra noi e in ogni angolo del mondo, portandoci a riflessioni amare sulla precaria sicurezza delle nostre moderne “torri di Babele”, sulla debolezza della nostra “onnipotenza” e sulla nostra estrema fragilità di creature.

Creature a rischio, come i discepoli in barca con Gesù durante una tempesta. Ce lo hanno ricordato le parole di papa Francesco, nel silenzio del mondo collegato la sera del 27 marzo scorso con una Piazza San Pietro immensa e deserta sotto la pioggia, dove le uniche presenze erano la sua figura bianca e, accanto al lui, il grande crocifisso della chiesa di San Marcello di Roma. E le parole del papa, interprete nel profondo di un sentire che non è esagerato chiamare universale, hanno aperto risposte al nostro smarrimento.

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda.

Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre. (…) Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). (…)

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello,un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gv 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21).

Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca.

Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai. (…) (Dall’omelia di Papa Francesco, 27 marzo 2020)

Una parola, questa di Papa Francesco, che “legge” il senso epocale della nostra quaresima 2020, vissuta, per chi crede, non più solo come pagina biblica da meditare o episodio storico lontano nel tempo, ma come esperienza diventata nostra, in circostanze che richiamano l’esodo del popolo ebraico, del nostro popolo che soffre nel proprio dolore e del dolore altrui e che, a porte chiuse, compie un cammino penitenziale in attesa del Passaggio di liberazione: la Pasqua.

Era diventato difficile, in un momento di grande prova come l’attuale, proseguire nell’elaborazione di questo inserto secondo il progetto iniziale di una tranquilla “navigazione” che facesse sosta davanti alla figura di Gesù vista da prospettive differenti: Pilato, i farisei, la folla, gli apostoli, avendo in vista l’approdo finale della celebrazione della Pasqua nella nostra comunità. Gli eventi e le circostanze tragiche di questi giorni mi hanno indotto prima a un lungo silenzio e poi a dirigermi a quell’ “approdo” cambiando rotta e ripartendo dal finale di sofferenza e di morte, scritto nelle vicende che ci hanno toccato, ma scritto innanzitutto e per sempre nella Passione di Gesù e da cui fiorirà ancora, soprattutto oggi, la resurrezione.

Riparto allora dal finale, dalla fine che ha fatto un certo Gesù di Nazareth.

Non uno di quei miserabili che Pilato aveva cercato di sottrarre alla condanna decretata dai Giudei, e neanche il “Nazareno Re dei Giudei”, un titolo di regalità a cui i custodi della legge giudaica avevano tolto ogni significato messianico per ridurlo a capo di imputazione della sua sentenza di condanna, pubblicato, in ossequio alla legge, in cima alla croce.

Non quel Gesù, ma il Gesù di cui gloriarsi perché, uomo come noi e figlio di Dio volle assumere la nostra condizione umana, e farsi piccolo, farsi servo, per mostrarci l’amore del Padre, per rivelarci con la sua vita questo amore, il volto di questo amore e aprirci la via di salvezza riservata ai figli.

Si fece buio

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli diede da bere. Gli altri dicevano: “Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!” Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.” (Mt, 27, 45-50)

Poco tempo prima lo avevamo incontrato al sepolcro dell’amico Lazzaro, morto da qualche giorno…

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: “Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù allora, quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e molto turbato domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto (…)”. (Giov., 11, 32-35)

Sappiamo come andò: il miracolo dell’amico richiamato dalla morte alla vita, che nasce dalla tenerezza e dall’amore di un Dio che si commuove, uomo come noi, e in quell’amore trova la sua potenza, divenne un motivo ulteriore per la condanna di Gesù. “Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: “Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni: se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”, ma uno di loro, Haifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera!” (…) Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo”. (Giov.,11, 48-50, 53)

L’uccisione di Gesù, per Pilato come per i Farisei, per il Sinedrio e per la sua stessa gente, incapace di comprendere nell’estrema debolezza del suo opporsi al male (il fatto che non si oppose alla loro violenza con la forza) il senso del messaggio messianico, è questione di convenienza.

Nel discernimento del vecchio Simeone che, mosso dallo Spirito aveva saputo riconoscere nel piccolo Gesù presentato al tempio “la gloria del popolo di Israele” c’era già la consapevolezza che quel bambino sarebbe diventato segno di contraddizione, “venuto per la caduta e la resurrezione di molti in Israele”.

Convenienza e perdizione, o quantomeno scetticismo e incredulità per alcuni, ma per altri capaci di comprenderlo e di seguirne il cammino, motivo di salvezza. Allora come ora.

In questi giorni tutti noi abbiamo guardato, prima con incredulità, poi con sgomento e poi ancora con un senso di impotente smarrimento a quei letti di ospedale dove troppi esseri umani: nonni e nonne, papà e mamme con il loro carico di amore, giovani con le loro speranze, sacerdoti con le loro vite spese in dono, operatori sanitari ammalatisi nell’esercitare un servizio, isolati nella loro sofferenza, avrebbero desiderato comunicare la loro angoscia, la loro estrema debolezza ed essere confortati da una carezza, da un abbraccio, da qualcuno che tenesse loro la mano nel momento del grande dolore o dell’ultimo respiro.

Un’ingiusta ecatombe di volti, di nomi, di affetti: un valore umano incommensurabile che sembrava andare perduto mentre la carovana dolorosa di un lungo convoglio militare portava le loro bare lontano dalla pietà dei propri cari.

Eppure no: ognuno di loro era ed è creatura unica, preziosa agli occhi del Signore, tutti e ciascuno, figli che Dio ama, e a cui sono cari anche i singoli capelli sul loro capo (Mt, 10, 30). E io credo che nel momento del passaggio estremo, Dio, Padre buono che non dimentica nessuno dei suoi figli, non si sia dimenticato di accoglierli nel suo abbraccio, illuminandoli con il sorriso del suo volto per custodirli con sé in una gioia senza fine.

In ognuno di loro, creature uniche e amate da Dio, “ultimi” nella sofferenza e nel sacrificio, c’è quel Gesù che, morto in croce duemila anni fa, non finisce di morire in ogni uomo che rivive la sua passione e che risorgerà con Lui.

Il mio pensiero mi porta là dove il mio Signore liberamente si è fatto mettere in croce per un bene più grande… e da uomo ha considerato l’eventualità di “chiedere una grazia” ma poi ha accettato quello che gli veniva chiesto… Ecco, ricordiamoci che questi uomini e donne che stanno morendo tutti i giorni dovrebbero farci memoria della Passione e Morte di Cristo…” (Giusy)

In questo messaggio che mi è giunto attraverso WhatsApp, è riassunto tutto il nostro credere.

E a quel Dio in croce non si può che guardare nel silenzio di un abbandono fiducioso.

“Guarda me: andrà tutto bene.”

Non è facile pregare in maniera serena in questi tempi. Lo sguardo sulla vita mi provoca emotivamente e mi condurrebbe ad una distanza scettica, indifferente, una forma di autodifesa, non emotiva, se il Vangelo non mi rimandasse tutti giorni alla verità di me stesso e alla bellezza faticosa della “compassione” illuminata dalla fede nella resurrezione.

Non si riesce a volte a pregare perché le parole non solo muoiono sulle labbra, ma a volte non riescono a formarsi, non riescono a  dare voce interiore al pensiero.

La parola “andrà tutto bene”, che i nostri bambini scrivono accompagnata dai colori, ci fa bene, ma rischierebbe di essere una ingenua illusione se non posiamo gli occhi su chi l’ha pronunciata. (Di questo ci parla su Avvenire, il Vescovo mons. Mauro Maria Morfino.)

E allora possiamo sentirla risuonare in questo modo non illusorio. “Guarda me: andrà tutto bene”: guardiamo Cristo Crocifisso e andrà tutto bene. Guardiamo il Signore Gesù, il suo amore, e comprendiamo quale è il cammino che ci permette di vedere la luce.

Fidiamoci di Gesù, come si è fidato il cieco del Vangelo di questa domenica, che nella sua oscurità, con gli occhi impiastricciati di fango, dando fiducia alla parola di uno sconosciuto, con la sua fatica si è messo in cammino, ha percorso la strada per arrivare fino alla fontana di Siloe, e lì ha ricevuto il dono della vista. Facendo l’esercizio di guardare Gesù e fissando lo sguardo su di Lui ci accorgeremo che poco a poco l’immagine di Lui diventerà sfuocata, annebbiata e ci sembrerà di non vedere più nulla e quando ritornerà a fuoco vedremo i volti dei fratelli anziani, ammalati, occhi che cercano una risposta, vedremo il volto dei nostri amici medici, infermieri, degli operatori nelle case di riposo… e poi improvvisamente ancora il volto di Cristo crocifisso. Poi ancora l’immagine si sfoca e nel silenzio di questa nebbia barcolleremo, e poi di nuovo prende nitidezza e vedremo i volti dei profughi, dei senza dimora, dei poveri, dei carcerati, e poi anche delle persone che ami, di cui temi il contagio. Allora ti accorgi che ti sei distratto: forse non stai pregando, o forse sì, stai portando la tua vita nella preghiera… e quando riguardi Lui rivedi il volto del crocifisso e le uniche parole che ti escono, sono quelle dei salmi, “In te mi rifugio” “Non nascondermi il tuo volto”… Sono le parole di Gesù sulla croce: “Padre nelle tua mani affido il mio spirito”. E la preghiera diventa atto di fede nel Dio di Gesù Cristo, nel Padre, non nel Dio Pagano che qualcuno incolpa di questo momento, come il Dio terribile e vendicativo per il male e la disobbedienza dell’uomo. Il Dio che ci ha annunciato Gesù, è il Padre che solo Lui conosce bene, perché ne è il Figlio e che ha inviato lo Spirito e che è con noi. Che questa sia la preghiera. Fissare lo sguardo sull’immagine del Figlio inviato dal Padre per donarci lo Spirito che ci permette di vivere questi giorni.

Io lo credo.

Guarda me, andrà tutto bene”. “Sì Signore Gesù, soltanto vedendo te posso comprendere come andrà tutto bene, perché tu ci hai preceduto e hai assunto la nostra natura, hai assunto la nostra carne e ti sei identificato in ogni uomo e in ogni donna che vive sulla faccia della terra e ci hai indicato il cammino, e ci hai indicato la meta. (Don Gianbattista – Parola di Parroco n. 5 – 21.03.2020)

Il silenzio del Sabato.

Venuta ormai la sera, poiché era la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto (…). Informatosi dal centurione concesse la salma di Gesù. Egli allora comprato un lenzuolo lo depose dalla croce, lo avvolse nel lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. (Mc. 15, 42-46).

Il silenzio di quel sabato è per noi, quest’anno il silenzio del dolore vissuto, della pietà per i tanti morti soli, per le loro sepolture non accompagnate. Un silenzio, come ci ha ricordato il nostro vescovo il giorno della celebrazione in suffragio dei defunti dell’epidemia, che attende l’angelo dell’annunciazione:

Venga un angelo e annunci la gioia!

Manda, Signore, l’angelo della annunciazione che ripeta le antiche parole: “Rallegrati, il Signore è con te”. L’angelo dell’annunciazione per chi è morto senza una carezza.

Manda, Signore, l’angelo della annunciazione per dare una carezza a quelli che sono morti in ospedale: noi non abbiamo potuto stringere la mano nel momento estremo, non ci è stato possibile raccogliere le ultime confidenze, scambiare un bacio per perdonarci.

Le incombenze della pietà verso i morti, la sosta silenziosa per ricordare una vita intera, lo scambio consolatorio delle condoglianze, tutto si è trasformato in una desolazione struggente, in un insensato senso di colpa, in una impotenza imbarazzata.

Manda, Signore, l’angelo della annunciazione e ci sia una luce, là dove noi vediamo solo un abisso insondabile e si apra una porta là dove noi avvertiamo solo un irrimediabile chiusura.

Manda, Signore, l’angelo della annunciazione e ciascuno dei nostri morti accolga il saluto che invita alla gioia: rallegrati!

Ciascuno dei nostri morti si senta trasfigurato dalla grazia, la grazia non meritata, la grazia che alcuni non hanno neppure chiesto, la grazia che si effonde anche oltre i gesti della Chiesa, anche oltre la prossimità dei familiari. Ciascuno dei nostri morti si senta chiamato con un nome nuovo: avvolta dalla grazia, riempita dalla grazia, piena di grazia. (…)

Manda, Signore, l’angelo dalla annunciazione che possa dar conforto a chi vede partire i morti degli altri, dopo tanto lavoro e tanta scienza per cercare rimedio, manda un angelo per gli infermieri e i medici che sia per loro come un fratello e dica loro: siete anche voi angeli della annunciazione, anche a voi è affidato il messaggio per dire a ciascuno che soffre e si inquieta: il Signore è con te.

Manda, Signore, l’angelo della annunciazione presso ciascuno di noi, in ogni casa, dappertutto, e ciascuno possa sentirsi ispirato a imitare le parole e l’offerta di Gesù: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai preparato… allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio la tua volontà” (Cfr Eb 10, 5 ss; Sal 40, 7ss).

Manda, Signore, il tuo angelo e ci convinca a fare la tua volontà, a dire come Maria, avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38), sia fatta la tua volontà, perché tu vuoi solo la nostra gioia, tu vuoi solo quell’amore, quel servire, quello sperare che è principio dell’invincibile gioia: Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te (Lc 1,28). (Dall’omelia dell’Arcivescovo Mario Delpini, 25 marzo 2020)

La Pasqua: un abisso di luce

Il primo giorno della settimana, le donne al mattino presto si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato: trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante: Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma essi dissero: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò in Galilea e diceva: – Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno – . Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. (Lc., 24, 1-9)

Gesù risorto: il centro e la ragione della nostra fede cristiana. E’ lui il “mistero pasquale” che celebriamo con gioia dopo il silenzio del sabato, perché“piacque a Dio per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose” (Paolo, Col. 1, 19). A Dio che da sempre, da prima che lo creasse, ama l’uomo in ogni singola creatura umana, è piaciuto davvero dare gloria all’uomo, poiché ci ha fatto dono di quel suo Figlio accogliendoci nella sua relazione di amore con lui, che è venuto a farci conoscere il Padre e a mostrarci con la sua vita e la sua morte il senso della storia umana e della vita di tutti noi.

Un mistero profondo, che sembra essere in contraddizione con le circostanze di prova attuali, ma sul quale merita soffermarsi ancor più oggi, per ascoltare, credere e vedere nel sepolcro vuoto l’inizio di una vita e di una umanità salvata e liberata.

Un mistero, la Resurrezione di Gesù, che, per quanto insondabile nella sua profondità divina, è insieme una verità incontrovertibile, presentataci in maniera sublime nel prologo del Vangelo di Giovanni.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;

eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.

A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:

«Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me,

perché era prima di me».

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. (Gv,1, 1-18)

Questa Parola posta all’inizio del vangelo di Giovanni, ci illumina con “l’abisso di luce” della Resurrezione, come ci illustra il commento di Enzo Bianchi.

Il prologo del vangelo secondo Giovanni (…) è un abisso di luce, una cascata di illuminazioni che fanno segno, che indicano come Dio ha voluto entrare nella storia e diventare uomo tra noi umani. (…)

L’evangelista osa immergere il suo sguardo nell’eternità, tempo-spazio impossibile da comprendere pienamente per noi umani, così fragili e di passaggio in questo mondo. All’inizio, prima dunque della creazione dell’universo, la Parola era, esisteva fuori del tempo, da tutta l’eternità.(…) Proprio quella Parola di Dio, uscendo da Dio accompagnata dal Soffio di Dio, (…) , ha dato inizio alla creazione, mostrandosi vita e luce capaci di vincere le tenebre: le tenebre, infatti, facevano e fanno resistenza, ma non sono mai riuscite né mai riusciranno a fermare e a sopraffare questa luce (…). Questa Parola è entrata nel tempo piantando la sua tenda tra di noi in un uomo nato da una donna e dal Soffio divino: Gesù di Nazareth. La Parola che era fuori del tempo si è fatta fragile e mortale, un uomo che si poteva vedere, ascoltare, palpare.(…)

Dio è un uomo e un uomo è Dio! (…) Così è avvenuta la rivelazione totale del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe nella nostra carne; così Dio si è donato a noi, si è dato all’umanità, si è unito alla creazione, perché l’aveva creata per amore, un amore mai venuto meno, ma sempre rinnovato in tutta la storia. E la vita di Gesù – come ha ben compreso il quarto vangelo – sarà l’esplicitazione di ciò che è annunciato qui nel prologo:Gesù è la vita del mondo (cf. Gv 11,25), è “la luce del mondo” (Gv 8,12), è il racconto, la rivelazione del Dio che nessuno ha mai visto(…). Questo è lo scandalo dell’incarnazione, che è sempre stata la verità più difficile da credere, in ogni tempo, anche da parte degli stessi cristiani. Cosa non hanno fatto i cristiani in questi duemila anni per occultare l’umanità vera e reale di Gesù Cristo! Lo hanno privato di una vita umana, lo hanno privato della fede, lo hanno privato dei limiti psicologici, lo hanno svuotato della sua debolezza e della sua morte per renderlo uguale agli dèi. Gli uomini, cercando Dio come a tentoni ma non arrivando a trovarlo e a conoscerlo (At 17,27), lo hanno fabbricato con i loro desideri e proiezioni; e così hanno tentato di fare anche con Gesù! Se c’è una colpa che i cristiani dovrebbero confessare più di molte altre è il non aver saputo confessare che Gesù è venuto nella carne e con il sangue (cf. 1Gv 5,6-8), è venuto “imparando l’obbedienza dalle cose che patì” (cf. Eb 5,8), è venuto come l’uomo per eccellenza: “Ecce homo!” (Gv 19,5).

Ecco l’uomo!” è la dichiarazione di Pilato, o addirittura di Gesù stesso, nel momento del dono totale della sua vita, del suo corpo e del suo sangue all’umanità.

Potremmo parafrasare le parole dell’Apostolo Paolo (1Cor 1,22-24): “Mentre i giudei cercano manifestazioni di un Dio onnipotente e le genti manifestazioni di Dio nei ragionamenti intellettuali, noi predichiamo che Dio è umano, umanissimo, è un Dio che si è fatto vedere in Gesù, uomo mortale, ma capace di dare la vita per gli altri (Gv 10,10; 15,13), uomo fragile e limitato ma capace di vincere le forze del male. Un uomo che è nato dall’utero di una madre, che si è fatto peccato assimilandosi ai peccatori (cf. 2 Cor 5,21), morto come uno schiavo e un malfattore, sepolto nella terra, disceso agli inferi tra i morti, come ogni figlio di adam: dunque un Dio che si è sprofondato nella creazione, come avviene per ogni umano che viene al mondo, vive e muore”. D’altra parte, Gesù è stato un uomo unico nell’amare gli altri, nel dare se stesso agli altri, nello stare dalla nostra parte davanti a Dio: questa la sua unicità umana così affascinante e, potremmo dire, così divina…

Nella storia la Parola è stata l’uomo Gesù: narrazione, spiegazione,rivelazione di Dio, perché ci ha raccontato definitivamente chi è Dio:l’amore (1Gv 4,8.16). Per essere dunque figli e figlie di Dio, dobbiamo soltanto essere uomini e donne a immagine dell’uomo Gesù, il Figlio di Dio. (Enzo Bianchi, 03.01.2016)

Buona Pasqua

Le nostre chiese parrocchiali sono le nostre case, le quattro grandi case delle nostre quattro parrocchie. Noi le sentiamo casa nostra (…). Eppure oggi non possiamo riunirci nella nostra grande casa. Vivremo la Pasqua nella nostra piccola casa, la nostra famiglia, che è la nostra seconda chiesa, la Chiesa domestica. In questa seconda chiesa che è la famiglia noi siamo invitati a celebrare la Pasqua. Come gli Ebrei nel tempo dell’esilio (…). (Don Gianbattista e la Diaconia)

Ma sarà Pasqua anche quest’anno.

Il Signore è risorto: è una gioia che ci chiama, anche nelle circostanze dolorose dell’oggi, a testimoniare la luce che ci è stata donata e non ci sarà tolta.

Lo auguriamo a tutti, con le parole di papa Francesco che, con sollecitudine di pastore, concludeva così la sua omelia pronunciata il 27 marzo:

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza. (…) (dall’omelia di Papa Francesco – 27.03.2020)

Che venga la Pasqua e inizi una storia nuova.

Paola Taglioretti