Pensieri da Parroco #7

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Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale

C’è una frase che mi continua a girare nel pensiero perché mi ha colpito dal primo momento in cui l’ho letta e sentita: “Dobbiamo abituarci a perdere i nostri cari”.  A pronunciarla è stato il capo del Governo inglese. Non entro nel merito del significato politico o significato umano di questa affermazione e nemmeno entro nel merito della ragione scientifica del principio di immunità di gregge. Mi fermo sulla frase.

Perché devo abituarmi a perdere i miei cari?

Una prima risposta che mi do è questa: “Io non posso abituarmi a perdere i miei cari, non può essere una abitudine!” “ E’ inumano abituarsi a questo!” 

Ma ecco che in me si insinua un dubbio profondo. 

Non è che mi sto sbagliando? Non è che forse ci siamo dimenticati alcune abitudini di sempre? Non è che il progresso scientifico, il benessere raggiunto anche dal punto di vista medico, è stato da noi visto come una possibilità di poter raggiungere quella sorte di immortalità, di intangibilità, di protezione dal pericolo? Non è che la nostra cultura moderna sta instillando nel cuore del nostro pensiero che per noi “tutto andrà sempre bene!”?

Il silenzio, o meglio, il mutismo subentra a queste domande e al dubbio che insinuano. 

E’ il motivo che mi ha portato a interrompere questa riflessione più volte in questi giorni. Non ho osato per giorni andare oltre.

Oggi (26 marzo) ho preso il coraggio e ho deciso di andare oltre.

Già ieri la predica del Papa per il 25 di marzo mi ha lasciato pensoso. Normalmente non le ascolto, a volte le leggo, ma ieri mattina stavo uscendo per andare in chiesa per una preghiera prima di comperare il pane e vedo che inizia la Messa del papa su FB; mi fermo e ascolto. Dopo la lettura del Vangelo , Papa Francesco prende la parola e dice: “Quello che abbiamo ascoltato dal Vangelo è sicuramente uscito dalla bocca di Maria che ha raccontato quello che era successo, lo riascoltiamo”  e subito rilegge pacatamente il Vangelo intero, poi dice: “Questo è il mistero!” e qui termina. Dopo una pausa di silenzio dice alle suore: “Ora le suore rinnoveranno i loro voti.” Ma le suore non capiscono, probabilmente attendono la continuazione della predica, timidamente una si alza e non legge la sua professione, il Papa guarda, non si comprendono e allora ecco lui riprende la celebrazione con il credo. 

Che cosa voleva dire il Papa?

Voleva dire che il mistero che ci deve stupire, che ci deve meravigliare, che ci lascia a bocca aperta e che facciamo fatica a comprendere, è il fatto che Dio, il Dio Onnipotente, si fa creatura, mortale, si fa uomo, figlio di Maria. Il Dio eterno, sceglie di divenire uomo finito e assume la condizione mortale. Questo è un mistero. Questo è il mistero di DIO.

Per questo, una volta detto “Questo è il mistero”, si è fermato, pensoso, ammutolito, meravigliato.

Di fronte a Dio si rimane in silenzio, come quando Papa Francesco entrò nel campo di concentramento. Si fermò in silenzio. Il silenzio di fronte al mistero.

Noi ci siamo abituati a questo mistero? 

Forse lo abbiamo reso innocuo.

Tanto da non riuscire più a fare silenzio? 

Io credo di sì. 

Questo Dio che si fa mortale dovrebbe ammutolirci e meravigliarci.

Eppure ci  siamo abituati a non considerare più questo mistero. 

Il fatto che la morte e la nascita non sono più quotidiane nella nostra vita forse è una verità. 

Abbiamo allontanato la nascita e la morte dalla quotidianità, come si è allontanato il Dio che è nato ed è morto, il Dio che ha assunto tutta la vita fino alla morte.

Non si nasce in casa, non si muore in casa. Non siamo più abituati alla nascita, tanto che quando una ragazza di 18 anni aspetta un bimbo, subito pensiamo che sia stata sconsiderata. E quando a 35 anni una donna cerca il primo figlio, non riuscendoci ce la prendiamo con il Signore, o con la società, o con i medici che non fanno progressi scientifici. Così la cosa più naturale del mondo, avere figli, è diventa una cosa per la quale è necessario anzitutto avere una buona ginecologa e una cura ormonale costosa.

In questo tempo di emergenza qualcuno pubblica in FB il numero dei bambini che nascono ogni giorno in Italia. Prima di questo momento solo il quotidiano “Avvenire” e il mondo cattolico parlavano di denatalità italiana.

Abbiamo poi relegato la morte a quella eventualità, non così probabile, e sicuramente rimandabile anche per i centenari, tanto che il suo accadere viene visto come innaturale. Eppure la sapienza popolare ha sempre considerato naturale il morire. Io sono solito dire che “è più certa la mia morte che non il fatto che io riesca a concludere questo scritto”, cosa che potrebbe accadere e lo so. La sapienza popolare, diceva la madre di un fratello della comunità, ci consegna questo detto: <<quando qualcuno muore “Se usa murì!”>>, “Si usa morire!”. Anche la Bibbia al salmo 89  dice Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo.” Noi abbiamo perso l’abitudine a pensarci così, abbiamo perso la consapevolezza che è al cuore del mistero di Dio; “Dio ha condiviso la nostra condizione umana, fragile come noi, Dio si è fatto mortale” e noi invece ci siamo auto-ingannati pensando di essere “immortali”. Abbiamo dimenticato quella consapevolezza semplice della nostra natura umana e forse dobbiamo “riabituarci a pensarla!”

Non siamo più abituati alla nascita di Dio, al suo venire tra noi con il Figlio Gesù, che ama senza riserve, fino alla morte... e noi invece abbiamo perso l’abitudine alla nascita e alla morte…

Tanto che non è una meraviglia il messaggio del Natale, è una festa da celebrare solo a tavola. Tanto che non ci meraviglia il morire di Gesù sulla croce, quel morire di Gesù , affidandosi al Padre, che conduce alla Resurrezione.

Forse dobbiamo riabituarci a pensare alla morte illuminata dal morire e risorgere di Gesù, non con la paura di chi precipita nel nulla, ma con la fede di chi sa che il Signore Gesù ha assunto la nostra condizione umana ed è passato dalla morte vincendo questo male, risorgendo. 

Quindi forse dobbiamo abituarci a  guardare la nostra morte e quella dei nostri cari, alla luce della morte e Resurrezione di Gesù.

Per questo, forse, mi suonava male la frase dell’inizio. Noi cristiani abbiamo perso l’abitudine di osservare la nostra mortalità e fragilità, abbiamo perso lo sguardo della fede sulla morte e non siamo abituati a vedere la morte nostra e dei nostri cari alla luce della Resurrezione di Gesù, alla luce della vita eterna a cui siamo stati uniti con il battesimo.

È solo lo sguardo della fede, illuminato dalla Resurrezione, che può farci dire con san Francesco: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male.”

Don Gianbattista