Pensieri da Parroco #13

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Siamo pronti a ripartire?

Ho atteso un po’ per pubblicare questi pensieri, stavo attendendo un deciso calo dei contagi che potesse far sperare in una fase 2 diversa, ma l’evidenza dei dati (dietro i quali ci sono famiglie e persone che amiamo) hanno suggerito una prudenza che non possiamo non amare. Questo permette di avere ancora del tempo per prepararci a riprendere la vita eucaristica nella comunità.

Inizialmente qualcuno ha posto sul piatto della bilancia i bar e le chiese e ci siamo chiesti: perché si sono lasciati aperti i bar e abbiamo sospeso le Messe? (anch’io l’ho pensato, soprattutto pensando alle Messe feriali dove a Lonate, nonostante gli inviti ripetuti del parroco, il distanziamento in chiesa veniva praticato in tempi non sospetti di pre-covid-19)

Il problema era un altro: diminuire la possibilità di contagio. Le misure sono state prese pensando di riuscire a governare il contagio con un distanziamento educato, responsabile e consapevole della gente, ma non sempre questo è stato compreso, tanto che dovettero poi ulteriormente chiudere, (penso ai funerali non più celebrati in Chiesa, segno di una non correttezza del distanziamento da avere), togliere libertà e controllare le persone che invece avrebbero dovuto responsabilmente assumere queste norme.

Il distanziamento sociale si deve esercitare nei luoghi laici e nei luoghi religiosi, lo devono praticare i santi e i peccatori, i credenti e gli atei. Solo così è efficace. Non è più o meno efficace se i luoghi laici o religiosi o del mondo economico sono aperti, ma dove c’è distanziamento sociale.

Ora invece nelle misure prese per la ripresa, chiaramente è stato dato un accento particolare alla ripresa economica. Capisco che la politica è l’arte della mediazione, per cui non desidero essere nei panni di chi decide. Nessuna decisione sarebbe stata senza critica. Un “tutti a Messa” e “nessuno al lavoro” perché i mezzi pubblici sono più pericolosi delle chiese sarebbe stato ridicolo. Eppure una decisione ci voleva.  Così, come non voglio essere nei panni del Governo, non vorrei essere nei panni del parroco che deve prendere delle decisioni per il cammino del futuro della parrocchia.

La ripresa è il grande desiderio che colgo negli incontri o nelle telefonate. In questo tempo di digiuno eucaristico, stiamo soffrendo una sorta di nostalgia dell’Eucarestia. Una mancanza che noi preti viviamo in maniera diversa dal popolo. Per noi è mancanza del popolo nella celebrazione. Una mancanza diversa da quella che si può vivere in missione, quando mi capitava che nessuno venisse alla celebrazione eucaristica pur avendo suonato la campana più volte per la strada. In quelle sere celebravo nella solitudine dell’evangelizzatore, nella solitudine che rifletteva l’“ho sete” del crocifisso, ho sete di “Dio”, ho sete di “voi”.

La solitudine di ora è differente, una solitudine scelta ma acclamante alla comunione, una solitudine motivata dalla carità. Questo digiuno sia un’ occasione, come fanno molti, di riflettere sulla nostra pastorale e sulla nostra fede.

Per i battezzati, per voi che mi leggete, è mancanza dell’Eucarestia e mancanza della fraternità, della comunità, della preghiera dei pastori. Capisco che la gente non credente non colga questa mancanza. Molta gente dice “ma è così bello vedere la Messa alla televisione, non ci sono nemmeno i bambini che disturbano quando fanno cadere le matite, quando chiamano la mamma, c’è silenzio”. Alcuni dicono: “ma guarda quanta comodità. Scegli la Messa che vuoi senza dover sopportare il parroco se, andando a Messa ti capita lui, ora posso scegliere tra papa Francesco, mons. Mario, oppure il prete che mi piace di Sesto Calende o di Bulgaro Grasso”.

A me invece mancano le matite dei bambini, le loro corse, i loro rumori, come pure gli sguardi sorridenti degli anziani o della catechista quando arriva un loro ragazzo. Ma la Messa non è come il derby Milan–Inter che vedi meglio dal tuo salotto (per chi non è un accanito tifoso), la Messa non è come un grande evento di popolo, che se vi partecipano 100.000 persone,  io che sono a casa lo posso gustare meglio di chi è nella bolgia e finisce la giornata stanco. La Messa è come una pranzo al ristorante, se io lo vedo in streaming, aumenta il desiderio e non colma la fame.

Non tutte le religioni e non tutti i religiosi hanno la stessa modalità di vedere il problema e di vivere il rito. Abbiamo svuotato l’acquasantiera perché, per benedetta che sia, se l’acqua si infetta diventa contagiosa, ma qualcuno non ci crede; qualcuno vorrebbe baciare le reliquie e far baciare a tutto il popolo le reliquie del santo protettore; i mussulmani chiederebbero di fare le loro feste di ramadan, gli evangelici le loro assemblee di culto, i testimoni di Geova chiederebbero di andare in giro due a due, non distanti perché fratelli etc…. Se però mi si dice che può essere un rischio l’apertura dei luoghi di culto quando c’è un concorso di popolo, perché scientificamente i luoghi di culto sono luoghi riconosciuti come favorevoli al contagio, allora, per amore dell’uomo e di Dio, di cui nell’uomo trovo la presenza, posso fare questa scelta di rimandare ancora la celebrazione della comunità parrocchiale.

Ecco allora le riflessioni che ci preparano ad una ripresa

Questa scelta allora, di non celebrare con la presenza del popolo,  non è una scelta imposta che mi impedisce di celebrare la fede, ma è una scelta che liberamente abbiamo assunto e fatto diventare scelta per proteggere i fratelli più deboli, per combattere il virus.

Non ci è proibito di celebrare la nostra fede in famiglia, nelle piccole celebrazioni della fede dove gli adulti trasmettono la loro fede ai piccoli e la raccontano, dove gli anziani danno esempio ed edificano i giovani.

Non mi è proibito celebrare la fede riempiendo le pagine della storia con parole sagge e non belligeranti.

Qualora diminuisse il contagio e quando diminuirà il contagio, potremmo dare inizio a una nuova fase che progressivamente permetterà di vivere in una forma comunitaria e di presenza la fede. Ora scopriamo altre forme di comunità.

E allora come avverrà? Che cosa deve cambiare nel nostro celebrare l’Eucarestia? Come ci troveremo? Ricominceremo come prima? No.

Potremmo incontrarci ma mantenendo le distanze. Questo aspetto sarà molto importante e difficile, perché la distanza fisica non significa distanza affettiva, non significa diffidenze e chiusura. Già questi giorni hanno prodotto in noi una certa distanza, una certa paura dell’altro tanto che facciamo fatica a salutare, da un lato perché non lo riconosciamo, con quella mascherina che copre bocca e naso e secondo perché lo vediamo come un possibile fattore di contagio, un untore, non come un fratello, come un nemico più che come un amico. Complici pure le parole che hanno descritto questo tempo come una “guerra dal nemico invisibile”.

Se il nemico invisibile c’è e sappiamo anche che potrebbe uscire da una bocca, potrebbe lasciare la sua traccia malefica sulle mani di un fratello o di una sorella, questo non vuol dire che il mio sguardo verso il fratello debba incattivirsi.

La più grande distanza di cui dobbiamo aver paura, anche ora, non è la distanza fisica (con cui dovremo ancora convivere), ma la distanza che noi creiamo, con le nostre parole che feriscono, quando non ci apriamo all’altro perché non lo chiamiamo, non lo ascoltiamo, non comunichiamo. Perché giudichiamo e condanniamo? Preferisco essere ingenuo piuttosto che malfidente. Per comunicare con amorevolezza possiamo iniziare ora che siamo ancora in emergenza. Se non siamo capaci di farlo ora non riusciremo dopo.  

Potremmo tornare spettatori o decidere di esser protagonisti.

Questo tempo è un tempo che ci ha costretti ad essere protagonisti del cammino della nostra fede. Penso soprattutto a voi laici (per noi preti è stato tempo di un rischio opposto), che avete dovuto imparare a organizzare la vostra domenica e la vostra preghiera, con una modalità diversa dalla partecipazione presenziale alla Messa. Credo che per la maggioranza sia stato facile, partecipare alle Messe in TV, più da spettatore che da partecipante (nessuno si è avvicinato a chiedervi di raccogliere le offerte, o di leggere una lettura…, non avete dovuto sistemare le sedie dopo la Messa, o acceso le candele prima) ma alla fine, credo che questa comodità falsa sia svanita ed ora comprendete che non si può essere spettatori, che celebrare è diverso.  Ecco allora, come dovremo ritornare a celebrare?

Pensando che gli altri devono fare i canti? Che non è importante che le preghiere dei fedeli nascano da me e quindi non mi sforzerò ancora di prepararmi alla Messa scrivendo delle preghiere nel libro in fondo alla chiesa? Potrei fare mille esempi. Se ritornassimo come spettatori, capiterà che diremo: “Ho visto che nell’altra parrocchia facevano così, perché non lo fate?” Se invece vogliamo essere partecipi, probabilmente non diremo nulla, ma ci metteremo nel coro, aiuteremo nell’accoglienza e saremo disponibili all’igienizzare le panche dopo una Messa…. Saremo più protagonisti anche nel rito? Io credo di sì, è voglio sperarlo, con una fantasia anche più grande della mia. Iniziamo adesso allora a celebrare in famiglia.

Potremmo tornare estranei oppure potremmo decidere di essere più attenti alla condivisione e alla fraternità.

Su questo punto credo non possiamo tornare come prima, perché coloro che perderanno o hanno perso il lavoro saranno tanti e questo non può lasciare indifferente nessuno, tanto meno un credente cristiano che, quando celebra la Messa, spezza il pane e mette tutto in comune. Tornare a celebrare la Messa credo che dovrà essere un continuare a mettere in comune con amici, con fratelli, con la comunità le nostre risorse perché nessuno resti indietro. Spero che questo tocchi veramente l’economia, che diventi la nostra economia, una economia di comunione. Nel prossimo numero di “Comunicare” che sarà doppio, ci saranno delle pagine dedicate alla provocazione che questo tempo sta lanciando alla nostra mentalità di gestire l’economia. Abbiamo messo le regole dell’economia al di sopra delle persone e ci siamo asserviti ad esse, quando invece dovrebbe essere il contrario. L’economia al servizio dell’amore per le persone. Non possiamo tornare come prima. La comunità degli Atti degli Apostoli  non sia solo una bella favola. Incominciamo ora. Certo abbiamo già iniziato, nelle case, con i fratelli con gli amici, con la spesa solidale. Continueremo.

Ci sentiamo pronti a ripartire? Abbiamo fretta, ma attenti a non dimenticare quello che stiamo imparando adesso.

 Don Gianbattista